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14/04/2014

Il porto non è il mare

Sono stato a Ferrara lunedì e c’era il sole. Una piccola città italiana in un mattino di primavera è un capolavoro che dovremmo issare come una bandiera, per dire al mondo che siamo meglio di quanto crede. L’occasione era l’iniziativa “Di sana e robusta costituzione”, lanciata dall’Osservatorio Adolescenti dell’assessorato ai giovani, in collaborazione con le Pediatrie di Comunità dell’Asl. Ho incontrato cinquecento ragazzi in un teatro ma non il vescovo, monsignor Luigi Negri. Peccato, perché so che i giovani interessano anche a lui.

Qualche mese fa ha definito le adunate nella spettacolare piazza del Duomo “un postribolo a cielo aperto”. Tornando a casa la notte, ha raccontato d’aver sorpreso “persone intente in atti di promiscuità. Ho visto scene di sesso tra due ragazzi e un gruppo, evidentemente ubriaco, coinvolto in atteggiamenti orgiastici. Io non ho mai visto un postribolo. Ma l’idea era quella”.

Ora, mi risulta che quegli “street bar” (li chiamano così, in ferrarese moderno) siano di proprietà della Curia: quindi, se sono tanto demoniaci, basta non affittarli. Ma la questione supera l’aspetto immobiliare. Mi sembra, per cominciare, che la presenza in piazza escluda il vagabondare in auto tra le strade del ferrarese, tra platani e fossi, dove per anni è avvenuta un’ecatombe di ragazzi. Meglio bevuti e vivi che morti, per cominciare. Continua a leggere…

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26/03/2014

Chi è generoso è un salvagente: riesce a far galleggiare il mondo.

Ho i nomi: Maria Elena Zanini, Luigi Brindisi, Gabriele Principato, Angela Ciociola, Lucia Maffei. Sono gli allievi del master di giornalismo “Walter Tobagi” (Università Statale di Milano) che ieri mi hanno aiutato, e li ringrazio. Sono venuti in mensa per rispondere alle domande di dieci giovanissimi ospiti invitati a conoscere la scuola. Otto venivano da tutta Italia, una è arrivata da Bruxelles, un altro è volato apposta da Londra.

Abbiamo passato la mattinata insieme, inventandoci un laboratorio di scrittura: futuri colleghi, al termine del biennio e alla vigilia dell’esame di Stato; e studenti che volevano capire cos’era una scuola di giornalismo, e se era fatta per loro. Ho chiesto ai primi di fare da tutori ai secondi, di avvicinarli, di rispondere alle loro domande sull’ammissione, i costi, i programmi. Erano in ventisette, gli allievi della Tobagi. In mensa sono venuti in cinque. Non ce l’ho con i ventidue che hanno scelto d’andare altrove, ci mancherebbe altro. Ma mi ricorderò quei cinque: Maria Elena, Luigi, Gabriele, Angela, Lucia.

Me ne ricorderò perché sono stati generosi. E la generosità è una qualità importante. Forse la più importante. Ho deciso: in un’Italia drogata di parole, voglio vedere i fatti. Talvolta sono grandi fatti, talvolta sono piccoli gesti. Accompagnare in mensa otto ragazzine disorientate,  per esempio, e farle sentire benvenute. Continua a leggere…

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03/02/2014

Nostro Nebraska quotidiano

Andate a vedere “Nebraska”, candidato a sei premi Oscar. Non è un capolavoro. Ma è poetico e opportuno: un piccolo film intelligente sulla vecchiaia, privo della gerontofilia obbligatoria nel recente cinema britannico (da “Quartet” a “Marigold Hotel”). Gli anziani del film sono sempre egocentrici, spesso egoisti, laconici o logorroici, ossessivi, occasionalmente feroci. Usano il passato come un’arma contundente, ma sono vulnerabili. “Ha l’Alzheimer?”, chiedono al figlio del padre. “No”,  risponde . “Crede a quello che dice la gente”.

Era ora che qualcuno raccontasse queste cose. La santificazione delle generazioni – qualunque generazione – è insopportabile. Bambini, giovani, adulti, anziani: non è mai troppo presto, né troppo tardi, per diventare tremendi. Continua a leggere…

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08/01/2014

Contro la nazione superstiziosa

Ha fatto bene Giorgio Napolitano, nel messaggio di fine anno, a leggere alcune lettere di cittadini italiani – lettere dal fronte, è stato scritto. Il Presidente è ricorso a una vecchia tradizione giornalistica, resuscitata da internet. Ben fatto, ripeto: chi smette di ascoltare, smette di capire. Vale per il nostro mestiere e per l’inquilino del Quirinale.

Il Presidente ha ormai assunto il ruolo di papà della patria. Ho scritto “papà”, non padre: il termine è più affettuoso, e di affetto ha bisogno questo frastornato Paese (oltre che di riforme serie, dalla legge elettorale ai tagli di spesa pubblica – notizie del Commissario Cottarelli? E’ stato imbavagliato, ibernato, ministerializzato?). In un’epoca di padri assenti, frastornati o scavalcati, qualcuno deve pur assumersi il compito di rassicurare e spronare.

Certo, ognuno di noi avrebbe voluto sentire almeno una cosa che non  ha sentito. A me sarebbe piaciuto che Napolitano – dall’alto della sua doppia autorità, quirinalizia e partenopea – denunciasse la nazione superstiziosa. Che esiste, resiste, fa danni e proseliti. Continua a leggere…

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25/11/2013

Oltre la violenza

La violenza sulle donne rischia di diventare uno spettacolo per uomini. Ma forse, finalmente, l’abbiamo capito. Donne le vittime, attrici e comparse. Femminile la giusta solidarietà. Femminili i commenti. Gli uomini sono i discutibili registi: stanno lontano,  mostrando un rispetto che  spesso profuma di disinteresse. E’ la commedia che segue la tragedia. Violentata, percossa e uccisa  sono forme passive del verbo. Dietro c’è un complemento d’agente, ed è un agente maschile: violentata da un uomo, percossa da un maschio, uccisa dal compagno, dal fidanzato, dall’ex-marito.

Abbiamo smesso di chiamarli “delitti passionali”, ed è già qualcosa: la passione, infatti, non c’entra. C’entra invece la prepotenza, l’aggressività, un senso d’orgoglio malato e criminale. “L’ho uccisa perché non potevo vivere senza di lei” è una frase folle, atroce e  purtroppo comune. “La violenza tra le mura domestiche” è un’espressione indicativa. “Mura” si usa soltanto in questo caso, e quando si parla di fortificazioni medioevali: un universo chiuso e arretrato, dove accadono cose che non vogliamo sapere.

Quando siamo costretti a guardarle, queste cose, noi uomini lo facciamo spesso in modo equivoco. La foto della vittima è sempre la più sexy di quelle che riusciamo a trovare nel discutibile saccheggio su facebook e in rete. In teoria, un omaggio alla bellezza ingiustamente ferita. In pratica, un assist al voyerismo imperante.
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04/11/2013

Non è più il tempo di Dickens

Arrivo alla stazione di Liverpool, twitto la mia gioia per essere tornato nella città inglese che preferisco: nuvole di corsa, ragazze con gli occhi irlandesi, odore di fritto e di vento. Subito, una scarica di risposte. “Sì bellissimo, tanto ‘sti stronzi ammazzano un giovane italiano con la scusa che gli ruba il lavoro #poveraitalia (@giannaneboluni)”. L’avevo saputo, ed è terribile. Ma lasciamo certe semplificazioni ai semplicisti e ai populisti; e non trasformiamo un episodio in un fenomeno. Viene istintivo: ma è un istinto sbagliato.

Perché l’episodio è poco chiaro: gli assassini non sembrano essere inglesi, e pare si sia trattato di uno scambio di persona. E perché non c’è una caccia all’italiano, in Inghilterra o in Europa: c’è invece il pericolo di una nuova guerra tra poveri, in cui rischiamo di venire coinvolti.
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20/09/2013

Perché l’Indonesia non ci fa paura

Amleto Moratti deve decidere: cedere o non cedere? Questo è il problema per lui, comprensibilmente. È un problema meno grave per i tifosi, e lo dimostra la calma filosofica con cui vengono seguite le trattative. Non è ingratitudine, né disinteresse. Il motivo per cui i tifosi nerazzurri accettano il probabile, imminente cambio di proprietà è più semplice e, insieme, più sofisticato: siamo convinti che la proprietà inevitabilmente passa, come passano gli allenatori, i giocatori, gli sponsor, gli stadi.

Solo due cose restano: una città, la maglia e i suoi colori. È la riduzione di una squadra di calcio a idea platonica. Il tifoso non ha bisogno d’altro, per ottenere la continuità in cui crede. Al resto pensano i ricordi: quelle prime domeniche con papà, il figlio che voleva la maglia di Emre, gli spettacoli della curva, le attese spasmodiche, gli abbracci con gli sconosciuti, i ritorni delusi, gli entusiasmi brucianti e le malattie psicosomatiche, le ansie inspiegabili e le soddisfazioni indimenticabili. Ah, il 2010! Che anno, quell’anno. Non è ingratitudine e non è insensibilità.

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13/09/2013

Email a una professoressa

La scuola dev’essere come un ospedale: curare i malati e non guastare i sani La lezione di don Milani nell’Italia di oggi

Molte cose, molti anni e molte riforme sono passati dalla Lettera a una professoressa. Ma c’è sempre un po’ di Barbiana, nella buona scuola all’italiana. Vediamo cosa scrivevano don LorenzoMilani e i suoi allievi, e cosa possiamo aggiungere, quasi mezzo secolo dopo.

Chi era senza basi, lento o svogliato si sentiva il preferito. Veniva accolto come voi accogliete il primo della classe. Sembrava che la scuola fosse tutta solo per lui. Finché non aveva capito, gli altri non andavano avanti. (pagina 25)

Lei certamente sa, prof, che la parola «insegnante» deriva da in e signo: voi avete il compito, e l’onore, di lasciare un segno. La selezione è prerogativa dell’università. Alle elementari e alle medie — inferiori e superiori — bisogna scavare dentro i ragazzi e scovare le loro inclinazioni, correggendo le loro debolezze. Voi siete minatori di talento e spacciatori d’entusiasmo. Se oggi sono qui e posso scriverle questamail, è perché ho trovato persone così. Avevo una professoressa d’italiano che, in terza media, mi affidò due ragazzi che rischiavano la bocciatura. «Il tuo voto sarà misurato sul loro voto, il tuo successo sul loro successo», annunciò in classe, incurante del mio sguardo angosciato. Si chiamava Tilde Chizzoli, quella sua collega: ha cambiato la vita a tre persone. Grazie a lei, ho imparato insegnando: anche un po’ dell’umiltà di cui avevo bisogno, venendo da una famiglia privilegiata. Ho passato tanti pomeriggi con quei nuovi amici. Loro mi hanno insegnato a giocare a calcio, a basket, a guidare un motorino 50 cc e a conoscere le ragazze; io gli ho spiegato un po’ d’inglese e Fogazzaro. Ci ho guadagnato, sono convinto.

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08/08/2013

Jeff B and the Singing Carp

 

By/di Beppe Severgnini

 

Italian original:  Jeff B e la carpa che canta http://bit.ly/13LZSU7



 

Why would a sane person buy a newspaper that has been losing money for seven consecutive years? To look good, but it would be an expensive whim. To show off – this would be an old- fashioned vice. Or someone could do it because they want to do something with it. Those who know Jeff Bezos have no doubts. If he bought The Washington Post it’s because he wants to do something with it.

 

What, we still don’t know. But Bezos is unconventional and intuitive; and he remains an American businessman, cautious, analytical, malleable with customers and hard with competitors, unwilling to waste time and money. The history of Amazon confirms this: Bezos can lose money today to make money tomorrow; he’s not willing to lose money today and tomorrow. His specialty is in selling and delivering, in a new and simple way. He doesn’t write books, he distributes them (on paper or Kindle); he doesn’t build smartphones, he offers them; he doesn’t produce movies, he sells them on DVD and streaming; he doesn’t build cabinets where you can store your purchases, he offers Amazon Cloud Drive.

 

What he will do with a newspaper – and what a newspaper! – no one knows. Bezos foresees that “printed newspapers will no longer be common in twenty years”- an easy prediction also for us journalists, if we could only clear our heads of romance, selfishness and autobiographies – but he decided to buy The Washington Post, a symbolic masthead, the daily of the world’s political capital. He wrote to reporters: “There will certainly be changes in the years to come. This is crucial, and it would have happened with or without a new owner.” He then added: “The Internet is transforming the news business, by eroding sources of income that have been reliable for a long time and by allowing the appearance of new forms of competition, some of which lower or even cancel the costs related to collecting news. There are no designated routes, and outlining a trail to follow in the future won’t be easy. We will need to be inventive, and so we will need to experiment.”

 

Inventing, experimenting, waiting: three things that Jeff Bezos has shown he’s capable of doing. The man should not be underestimated. Behind that elfish look and that shocking laugh – Newsweek has compared it to the “screeching of a flock of ducks on hallucinogens” – there’s a calculator. Jeff B didn’t invent PCs, he didn’t invent smartphones, he didn’t invent tablets. However, he has created formidable functions that pass through these tools. Functions for ordering, paying and distributing. Nothing helps you, if you don’t  get it. “One-click” – buying with a single click, after having chosen a product – is the brilliant exploitation of commercial impulsivity, patented and worth fighting for tooth and nail. Perhaps a newspaper might also invent something of the kind.

 

Jeff Bezos certainly doesn’t want to create a new daily; he knows, however, that it will have to be reinvented, packaged and distributed effectively. In an interview with Il Corriere, three years ago, he said: “No technology lasts forever. Paper has endured five hundred years. It’s already an incredible success.” On Monday he wrote to the journalists at The Washington Post: “Journalism is not dead.” But we have to sell it, he might have added, and make sure that someone will buy it.

 

Bezos is obsessed – literally – with quality of the service. “Customers rule!”, he scribbled as a dedication on a biography about him. On Monday he explained: “The main duty of the Post will continue to be to satisfy its readers, and not the private interests of its owners. We will continue to follow the truth wherever it may lead us, and we will continue to work hard to not make any mistakes.” Three years ago, in an interview with Il Corriere, he said: “Sure, you have to be careful about competitors. If they throw stones at you, just put your head down and concentrate on your customers. (…) Yes, at Amazon we’re still terrified of customers. Because customers will be faithful to us until the moment when a competitor will offer a better service. A little fear is good.”

You might say: did you buy a newspaper? Welcome to the world of fear, engineer Bezos. But maybe he would answer with another sentence from the same interview: “I feel around a new sensation. A kind of trepidation, the overall impression they were facing immense possibilities. We are in the second renaissance of the Internet. This reminds me of the period 1997-98, when everyone was making experiments. Today it is the same atmosphere. Mobile devices, social networks, everything is flowing, there is energy around. “

 

Jeff B is definitely optimistic and definitely rich: he’s in eleventh position in the list of the 400 wealthiest individuals in the United States, with assets amounting to 25.8 billion dollars (19.5 billion euros). Jeff B is quite eccentric: he fills his pockets just like Eta Beta and pours the contents on the table, under the eyes of bewildered interlocutors. Jeff B is politically committed: he has contributed significantly to the referendum campaign for same-sex marriage in Washington State. Jeff B is curious: in Milan, in 2011, he was asking a lot of questions about Silvio Berlusconi, which isn’t strange; the strange thing is that he remained attentive and quietly listened to the answers.

 

Jeff Bezos is unusual to the point of being bizarre: he has invested millions in a company dedicated to space travel, he funded and participated in the recovery of an engine form Apollo 11 off the Florida coast, he contributed to the construction of a clock that will mark the time for ten thousand years. Jeff B cultivates good relations: he’s a capitalist, not an ascetic, and enjoys the hangouts of the rich and powerful (Sun Valley, Davos). Jeff B is fairly vain and witty enough to admit it. I asked him a while back: they made a movie about Mark Zuckerberg and Facebook, The Social Network. What if they made one about Jeff Bezos and Amazon? “As long as my part is played by Brad Pitt,” he replied.

But most of all, Jeff B is an American, confident, brave and creative. He was born in New Mexico from a 17 year old mother, and, just like Steve Jobs, has never met his biological father and took the name of his adoptive father. He attended high school in Miami, graduated with honors in electrical engineering and computer science at Princeton; he took his first job in New York, in finance: while studying e-commerce, he realized that it was easy to sell books online. He left his job, drove to Seattle and settled in Bellevue, a suburb of Seattle on Lake Washington, where he still lives. His first headquarters was in the garage, the incubator of American dreams, from Bill Gates to Steve Jobs, to Jeff Bezos. Because the man belongs to this category, to which we can add Page and Brin (Google), Zuckerberg (Facebook), Dorsey (Twitter): people who did not create just a business, but a social paradigm.

 

I met him for the first time in Seattle in 2000, thanks to my friend Diego Piacentini, who went to work with him and now manages the group’s international operations. The meeting took place in Amazon’s former headquarters, a red brick former hospital high on top of a hill. Leaving, Jeff Bezos gave me a plastic carp mounted on a wood panel, explaining that it was one of Amazon.com’s best-selling items. I still have it. By pressing a button, the fish turns its head and sings in a baritone voice, “Don’t worry, be happy.”

 

If it was advice to journalists, we should listen to it. You’ll never win, if you fight the future. The carp didn’t say this, Jeff Bezos did. Both of them seem to know which way the current flows.

 

Translation: Alexia Villa

 

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02/08/2013

Quando partivamo prima dell’alba (mai capito perché)

I traghetti dalla Sardegna al continente navigano di notte, arrivano all’alba, partono al tramonto. Olbia è splendida a quell’ora: il sole basso sull’acqua scura, le navi bianche e le facce abbronzate. Se le partenze da Genova, Livorno e Civitavecchia sono spesso accaldate e nervose, i rientri sono sereni: anche i neonati, ho l’impressione, piangono con meno convinzione. Sembra che ogni persona, ogni coppia, ogni famiglia e ogni gruppo sia impegnato a redigere un sommario personale. I colori che ha visto, la gente che ha trovato, i profumi che ha imparato a riconoscere e sta per lasciare: elicriso e crema solare, fichi e vento, salmastro e birra Ichnusa.

Dura solo mezz’ora. Un saggio-omaggio del passato prossimo, per ricordarci cosa eravano e cosa siamo diventati: una società mai abbastanza comoda, mai interamente soddisfatta, mai completamente tranquilla. Alle vacanze si applica il “paradosso del progresso”, riassunto da Gregg Easterbrook in un libro dallo stesso nome:  la constatazione che le condizioni di vita e i beni materiali non danno la felicità. Portano invece l’infelicità quando li si perde. La macchina della società occidentale non è fornita di marcia indietro: in estate diventa più evidente.

Quarant’anni fa, nel 1973, eravamo reduci da anni di crescita economica che oggi definiremmo cinese, e allora chiamavano italiana. Un connazionale su quattro aveva l’automobile; i treni estivi erano economici, affollati e chiassosi; i traghetti per la Sardegna si chiamavano “Canguro”, un nome genuinamente allegro. Ricordo, per tutti gli anni Settanta, viaggi in Vespa lungo le statali, imbarco a Genova, posto-ponte per Olbia o Porto Torres, il che voleva dire dormire su un divano tra sconosciuti che giocavano a ramino, oppure sul ponte umido, tra selve di piedi. Era un rito efficace, pieno di un’euforia inconfessabile. Era l’inizio della scomodità, quindi della vacanza.

Eravamo i figli di un’Italia ottimista, dotata di grande pazienza e carica di ragionevoli aspettative: e qualcosa c’è rimasto addosso, insieme alla voglia di raccontarlo.

Nel 1997 il Corriere pubblicò la serie “Trenta scrittori per l’estate”. Avevo quarant’anni, l’età ideale per le prime prove di rimpianto. Scrissi il racconto delle nostre partenze familiari degli anni Sessanta, con la Lancia Appia seconda serie, quella con le portiere che si aprivano a salotto.  Eravamo in sei, rigorosamente senza seggiolini e cinture di sicurezza: cinque in famiglia (papà, mamma, tre figli), più la tata, che era il nome con cui si chiamavano le baby-sitter quando ancora capivano l’italiano.  

Ricordo che lasciavamo Crema un’ora prima dell’alba. Non ho mai saputo perché. La scusa ufficiale era che, in quel modo, avremmo evitato il caldo (ai tempi l’aria condizionata esisteva soltanto sulle automobili di James Bond). Ripensandoci, credo invece che la partenza nel buio fosse un modo di celebrare l’avvenimento, e dargli l’importanza che meritava. Alle dieci si parte per una gita; alle otto, per un fine settimana.  Per le vacanze estive – con papà, mamma, sorella, fratellino, tata, valigie, provviste e plaid – le quattro del mattino erano l’unica ora possibile. Immota, drammatica. Se Shakespeare fosse andato in vacanza in Versilia passando per la Cisa, senza dubbio, sarebbe partito alle quattro del mattino.

Dalle molte lettere ricevute dopo quel racconto ho scoperto che due intere generazioni erano partite insieme a quell’ora improbabile: i nostri genitori sul sedile davanti, noi sul sedile dietro. Anteguerra e dopoguerra sullo stesso mezzo, uniti da una silenziosa eccitazione. Industrie, uffici e negozi chiudevano tutti insieme, quasi con sollievo, in una grande espirazione collettiva; le città si svuotavano; e si partiva. Si partiva prima dell’alba per poesia, per purezza, per prudenza. Senza una vera necessità. Oggi partiamo in orari ragionevoli; guidiamo auto fresche e sicure che non non forano mai; ascoltiamo autoritari navigatori satellitari e controlliamo con il telefono orari, traffico e meteo. Mettete un italiano del 2013 su un’utilitaria del 1963 e si rivolgerà alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Piazzate un adolescente di oggi su una Vespa di ieri e i genitori grideranno allarmati. Non s’allarmano, invece, per la discoteca a Ibiza, dove i pericoli sono ben maggiori di un portapacchi instabile.

Degli anni Sessanta e Settanta noi ricordiamo gli odori, i sudori e i sapori: panini gommosi in viaggio, focacce oleose in spiaggia, cocco e bomboloni, l’acqua salata dopo il bagno. Che sapore di sale può sentire, oggi, chi scende a Forte dei Marmi per guardare i russi di notte e non trova neppure il tempo di entrare in mare? Non erano tutti saggi, i nostri genitori; ma erano consapevoli dell’importanza rituale dell’estate. Non avrebbero mai permesso che crisi o questioni politiche la rovinassero. L’estate era una tregua collettiva. La colonna sonora, oggi, è l’esito di un proceso. Allora – pensate un po’ – era una canzone.

Passammo l’estate 
su una spiaggia solitaria 


e ci arrivava l’eco di un cinema all’aperto 


e sulla sabbia un caldo tropicale 


dal mare. 
E nel pomeriggio 
quando il sole ci nutriva


di tanto in tanto un grido copriva le distanze


e l’aria delle cose diventava 
irreale.

 

Franco Battiato, quando canta “Summer on a solitary beach”, riassume un’esperienza comune agli italiani nati nei primi settant’anni del secolo scorso.  Anche a coloro – ed erano parecchi – che alle spiagge solitarie preferivano quelle affollate di pettorali e bikini. Se siete giovani  e,  leggendo, avete provato un po’ di invidia, non preoccupatevi: è normale. Vi è venuta voglia di cose semplici. Quelle che oggi tutti – voi e  noi – cerchiamo di compensare con mille contatti, cento occasioni,  stimoli continui. Non è vietato passare l’estate incollati a Facebook, Twitter, WhatsApp o Ruzzle, a patto di considerare l’esperienza per quel che è:  un anestetico.

Uno dei racconti più belli, nei “Sillabari” di Goffredo Parise, s’intitola “Grazia”.  

“Un giorno un uomo aveva appuntamento con una donna al caffè Florian, a Venezia, alle sette e mezzo di sera. Era l’inizio dell’estate, entrambi avevano un’età particolare, lui quaranta, lei trentacinque, in cui possono succedere molte cose nell’animo umano ma è meglio non succedano perchè è tardi ed è inutile illudersi di tornare ragazzi. Tuttavia i due, forse senza saperlo, avevano molta voglia di tornare ragazzi e accettarono quel loro piccolo flirt appena incominciato come un gioco ma, sotto sotto, con una certa speranza”  

Queste cose normali – lo sappiamo tutti – d’estate succedono ancora; ma facciamo fatica addirittura a desiderarle. La semplicità ci appare un ripiego, e dovrebbe essere un obiettivo. Siamo confusi perfino nei desideri: vorremmo vacanze avventurose e ben organizzate, estati spericolate ma senza pericoli, situazioni eccezionali e prevedibili. In questo agosto meteorologicamente, socialmente, politicamente ed economicamente complicato, dovremmo imparare dai convalescenti. Per loro la normalità non è noia, ma riconquista e gioia.  

 

(dal Corriere della Sera)

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